4 giugno
25 luglio
2015

Giovanni Dal Monte
VISIBLE MUSIC...

a cura di Luca Beatrice

Parlare oggi di contaminazioni può sembrare addirittura un luogo comune, tanto ormai è conclamata la tendenza dell’arte a mescolare i linguaggi: pittori diventano videomaker, musicisti si misurano con l’immagine, performer scivolano verso la rappresentazione teatrale. E viceversa, naturalmente.

Se c’è una conquista estetica della nostra generazione, in particolare di chi è emerso negli anni ’90, è proprio quella di superare gli steccati linguistici e di voler sperimentare per ogni occasione che si presenti lo strumento ideale per dire una cosa. Oggi un artista non è più solamente pittore, scultore, videomaker, ma usa ciò che gli serve nella maniera più opportuna. Talvolta a rischio irriconoscibilità, eludendo il concetto di stile, prendendosi pericoli maggiori, eppure dimostrando la vitalità di un progetto articolato e complesso.

Giovanni Dal Monte appartiene a questa categoria sempre più diffusa di artisti che si esprime a 360 gradi: definirlo è molto difficile, limitarne l’operato in un solo ambito impresa destinata a fallire. Se volessimo trovare un punto di raccordo tra le diverse sue esperienze, potremmo dire che il lavoro si sforza di tradurre in immagini i suoni e, per contro, di utilizzare la musica come ulteriore corpo alla banda video. Partendo dal presupposto che il suono è la categoria più immateriale dell’arte, Dal Monte ne rovescia l’assunto e prova letteralmente a scolpire le note poiché esse riescono a determinare presenze ulteriori e sorprendenti: il suono ha a tutti gli effetti uno spessore, una sostanza, un peso soprattutto se utilizzato su supporti differenti aldilà del semplice ascolto che se ne può fare. 

Si parlava degli anni ’90, in apertura. Bene, va detto che quel decennio ha inaugurato un modo completamente diverso nel fare musica. Si è cioè capito che la forma più sperimentale e avanguardista stava nell’elettronica, capace di attualizzare l’assunto punk del Do It Yourself, che peraltro anche Andy Warhol aveva già evocato nella pittura delle sue origini. Un tempo, infatti, era ben più netta la distinzione tra intrattenimento e musica colta, due mondi che quasi non si parlavano, mentre da una ventina d’anni circa è bastato un laptop per indagare qualsiasi tipo di sonorità, abbassando al contempo costi di produzione e distribuzione. Logico che l’elettronica si sia sviluppata in maniera esponenziale insieme al web, grazie a canali di diffusione sempre più capillari e senza filtri, che hanno mandato definitivamente in crisi il vecchio sistema imposto dalle etichette discografiche. Nella musica di Dal Monte le influenze sono molteplici, c’è chi ha parlato di uno spettro che va da John Zorn ai Matmos per intenderci, senza dimenticare la musica etnica e il minimalismo d’avanguardia.

Arte contemporanea e musica si somigliano per l’importanza che investono nella parola “indipendente”, il luogo in cui le idee si formano entrando in rotta di collisione con molteplici stimoli senza che ci si ponga ancora il problema della risposta del mercato. E’ il posto dove si vanno a cercare le cose, nell’imperfezione e in tutto quel materiale magmatico che solo in un secondo tempo verrà sistematizzato o incasellato. Prima insomma che intervenga il mainstream a dettare nuove regole, talvolta a condizionare la creatività più pura.

In tal senso Dal Monte è un artista di ricerca che si presenta qui a Imola, nella mostra alla giovane realtà espositiva il Pomo Da Damo di Imola, in tutta la sua complessità senza tralasciare alcun aspetto della propria poetica. Visible Music for Unheard Visions, apparente contraddizione in termini, è il titolo di questa sua personale il cui catalogo si presenta in forma di cd con relativo booklet illustrato, poiché sono le tracce sonore l’origine da dove il progetto ha preso forma: ci accompagneranno durante la visita, poi potremmo riascoltarle a casa in una fruizione privata e senza interferenze. La selezione di video che Dal Monte ha scelto è tratta dal meglio della sua produzione recente, dove lui è spesso attore oltre che regista e compositore della colonna sonora. Bob’s Kisses Remove indugia sul corpo di una giovane donna sdraiata su un letto di paglia che rivive se stessa attraverso i fili della propria memoria fino a cambiare forma, avvolgendosi nel fieno per assumere le sembianze di un corpo performantico, come nelle opere di Land Art di Ana Mendieta e vagare senza meta per la strada di una città. Questo del camminare è tema che torna anche in Going Home, forse il più poetico dei video di Giovanni Dal Monte, una passeggiata di un uomo verso un’ipotetica casa, a piedi nudi, nel paesaggio della Bassa Padana, in una giornata assolata tra polvere e calore. 

Dall’intimismo di questi due lavori si passa a un aspetto decisamente più politico: Caire en Avril è uno spostamento (ancora una volta) tra le strade e le luci della città egiziana, in un crescente adrenalinico, costruito come un clip musicale, solo interrotto da sequenze dove torna la voce umana, in una riuscita opposizione tra interno ed esterno; Sicilian Yell for Ayan Hirsi Ali è invece dedicato alla scrittrice e attivista somala nota per l’impegno contro la dittatura e a favore dei diritti delle donne. Il lavoro più complesso, almeno da un punto di vista formale, è Superanima, teatrale, barocco e narrativo, che ospita diversi effetti speciali e dove la presenza attoriale di Giovanni Dal Monte è più evidente.

Ciò che colpisce, infine, è la capacita di fare tutto da solo e di farlo bene. Un lavoro decisamente originale e molto stratificato, mai banale senza essere didascalico, pieno di spunti che certamente l’autore romagnolo potrà sviluppare nel futuro.

Luca Beatrice

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