24 novembre
20 gennaio
2018/2019

MARCELLO GALVANI
VEDUTE

A CURA DI FRANCO BERTONI

Passeggiate con Marcello Galvani

a cura di Franco Bertoni

Chi conosce Robert Walser avrà subito intuito che il titolo di queste righe sulle opere fotografiche di Marcello Galvani parafrasa quello di un piccolo libro, solo per dimensioni, in cui Carl Seelig ha raccolto, durante lunghe passeggiate nel territorio dell'Appenzell, pensieri e particolari di vita di uno scrittore appartato ma straordinariamente sensibile che solo recentemente la critica ha accostato ai nomi di Kafka, Mann e Rilke. Robert Walser va letto a cominciare da un suo breve testo come La passeggiata in cui ogni occasione di incontro e di visione si tramuta in un qualcosa di non ordinario e di stupefacente poiché, parole dello scrittore, ”si troverebbe tutto meraviglioso se si fosse capaci di sentire tutto, perché non può essere che una cosa sia meravigliosa e l'altra no”.

Conoscendo man mano il lavoro di Galvani questo accostamento mi è sembrato sempre più pertinente. Galvani, percorrendo le strade intorno alla sua città, Massa Lombarda, ha incontrato personaggi e luoghi non certo straordinari o spettacolari ma - in precisi giorni, in precise ore, in precisi momenti e in precisi luoghi - irripetibili manifestazioni di vita. Galvani è fotografo dell'hic et nunc, senza accattivanti lenocini, senza inutili elucubrazioni del pensiero e senza eccessive ideologizzazioni. Al massimo è un po' minimalista e qui scatta un'altra corrispondenza: quella con il tabaccaio Auggie Wren, nel film Smoke basato su un racconto di Paul Auster, che ogni mattina, da dieci anni, riprende con la sua macchina fotografica amatoriale la stessa scena urbana fuori dal negozio. In uno di questi scatti, l'amico scrittore Paul Benjamin riconosce, tra tante persone, la moglie in uno dei suoi ultimi istanti di vita. Come scrive Paul Auster “le cose più preziose sono più leggere dell'aria” e “se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente”.

Galvani passeggia senza fretta e ogni sua immagine sembra avere richiesto - come asseriva un antico maestro orientale della immediata pittura a china su carta - cinque minuti per essere realizzata e cinque anni per essere pensata. La sua è una fotografia dura ma sincera, qualcuno la potrà anche trovare sofisticata commisurandola con l'attuale panorama dell'arte ma le si farebbe un torto poiché è innanzitutto gentile e sensibile.

Il vero che Galvani ha incontrato nel suo territorio è quello che, in ogni luogo del mondo, tutti possono incontrare. Un vero, una realtà, che la sua fotografia tenta di bloccare nell'irreversibile scorrere del tempo. Possono essere sedie comuni e spaiate poste attorno a un avvolgitore trasformato in tavolo, un aereo da diporto cui fa eco una nuvola della stessa forma, le ombre dei segnali stradali in una strada di campagna percorsa da un solitario passante, un dialogo tra due uomini probabilmente collezionisti di farfalle, attrezzature tecnologiche tra una casa colonica e una lussureggiante natura, l'ombra contorta di un parapetto, le stinte pezzature di colore di una casa più volte ridipinta, un ammasso di cianfrusaglie in un dimesso cortile, le lunghe ombre gettate da infissi in alluminio su una facciata monocroma che sembra diventare un'opera da avanguardia anni Venti, il colore di un container uguale a quello del fogliame autunnale circostante, la bellezza della corteccia di un albero contrapposta alla congerie delle segnalazioni di una periferia urbana, il doppio riflesso di uno specchietto automobilistico su un vetro, il dialogo tra un quadro amatoriale con alberi inclinati da un forte vento e gli antistanti vasi con povere piante domestiche.

In ogni caso, guardando queste fotografie, viene da chiedersi chi sono i personaggi – si vorrebbe conoscerli con tanto di nome e cognome - e dove sono questi luoghi, mai generici o idealizzati. Quante storie.

Il soggetto di una delle sue fotografie è un cane. 

Un cane individuo come quello che Pontormo - forse perché si aggirava e lo guardava lavorare nei saloni di Poggio a Caiano - inserì nell'affresco che doveva celebrare la risorta gloria del Medici. I fasti dei signori di Firenze sono trascorsi, e con loro una mitologia di sostegno, ma quel cane è ancora lì, presenza vitale e dimostrazione incontrovertibile che fine dell'arte è trasformare una scintilla di vita in epifania eterna.

Come stanno ancora lì a interrogarci La grande zolla (una semplice zolla di terra erbosa) e il Leprotto (un leprotto spaurito di fronte al pittore), conservati all'Albertina, di un Albrecht Dürer che deve a loro la sua gloria; ormai più che ai ritratti dei potenti di turno o ai soggetti religiosi.  

Non ci sono persone meravigliose e altre no e non ci sono luoghi meritevoli di attenzione a altri no. Bisogna saper guardare e conoscere.

Se “Il genere umano non può sopportare troppa realtà”, come asserisce un apodittico pensiero di T.S.Eliot, Marcello Galvani fa eccezione.

In arte, nel tempo, si è spesso idealizzato, e si continua a farlo, anche con una fotografia – una delle cinghie di trasmissione più dirette tra la realtà e la sua rappresentazione – che tende a teatralizzare, modificare e aggiustare magari per compiacere o per stupire. 

Va riconosciuto, invece, a Marcello Galvani di essere dotato di una positiva disposizione nei confronti dei propri simili – e, in modo onnicomprensivo, del mondo vegetale e animale - tale da raggiungere un grado di accettazione della realtà che sembra sconfinare nella compassione buddista. Una compassione non leziosa e non afflitta da facile e generico pietismo. Un abbraccio con il mondo, con le sue multipresenze, senza sottolineature e senza accentuazioni.

Guardiamo le sue case di periferia, non certo belle, e leggiamo un pertinente passo di Robert Walser: “Costruire così in un bel paesaggio di prati e di boschi sembra in un primo momento un po' una barbarie, ma alla fine ogni occhio si riconcilia con quell'incontro di casa e mondo, scorrendo trova ogni sorta di incantevoli scorci nei muri delle case e dimentica il giudizio stizzosamente critico, che non produce mai nulla di buono. Non c'è bisogno di confrontare le vecchie case con le nuove, come uno studioso di architettura, e si possono apprezzare tutti e due i generi, l'umile e il superbo. Quando vedo una casa non devo desiderare di rovesciarla con un soffio perché non mi sembra bella abbastanza; se ne sta bella solida, accoglie molte persone sensibili e quindi è pur sempre un fenomeno degno di rispetto, al cui sorgere hanno lavorato molte mani operose”.

Persone e mani, vite e desideri, storie e momenti che le fotografie di Galvani ci pongono di fronte perché, sempre Walser, “le questioni artistiche, a volte, sono anche questioni vitali, ma le questioni vitali sono questioni artistiche in un senso ancora più alto e nobile”.  

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