18 aprile
24 maggio
2015

ANDREA VALSECCHI
Tempi Surmoderni 2

A CURA DI ANGELA MADESANI

Tempi Surmoderni è un progetto di Andrea Valsecchi, composto da tre serie fotografiche: Metamondo (2010-2011), Stay Stupid (2013-in corso) e Towers (2013-in corso). È la seconda volta che il progetto viene presentato, la prima è stata a Milano, nel 2014. A Imola sono stati aggiunti alcuni lavori, è una nuova mostra, che propone ulteriori riflessioni intorno al tema della modernità e dei suoi strumenti. Filo conduttore è l’inarrestabile impatto del progresso tecnologico sulla società contemporanea.

Il titolo del progetto rimanda al film del 1936 di Charlie Chaplin, Tempi moderni: «L’omino di Chaplin era incastrato negli ingranaggi della macchina, quello odierno nelle griglie di Excel. L’operaio Charlot, combattendo la personale battaglia contro le macchine, poneva degli interrogativi su alcuni aspetti dell’industrializzazione. “A cosa serve il progresso, se non ci rende più felici?”». Il quesito è più che mai attuale.

L’utopica ricerca della felicità è propria della natura umana al di là del progresso o dell’arretratezza. Il tempo in cui ci è dato vivere, di vuota illusione di onnipotenza, che tende a non accettare, la malattia, la morte, è foriero di ansia. Abbiamo paura, siamo in difesa, barricati in tutti i sensi nel nostro chiuso individualismo. «Ho facebook e dunque sono»: parola d’ordine dell’era dei social network. Le torri per le telecomunicazioni diventano i nuovi totem da venerare. Così Towers, nato da una richiesta, giunta all’artista, di realizzare una carta per un mazzo di tarocchi. Valsecchi ha scelto la torre, la carta che rappresenta il fallimento, quello dovuto all’orgoglio, all’eccessiva ambizione, all’imposizione di obiettivi irraggiungibili. Nella loro interpretazione contemporanea, le Towers rappresentano il fallimento di una società costruita sul mito dell’apparenza e della presenza a tutti i costi, reale o virtuale che sia. Nel nostro mondo il fallimento è particolarmente arduo da sopportare. 

Grazie al segnale delle torri, si possono aprire porte su nuove dimensioni, nuove esperienze. Ma se esse si bloccano, si blocca anche il resto e i novelli Narcisi di un tempo in cui della vanità non si riesce neppure a fare un falò, non sono più in grado di riconoscere la propria immagine o la propria ombra.

Towers è realizzato assemblando più fotografie che definiscono dei paesaggi surreali al centro dei quali è sempre una torre per le telecomunicazioni. In alcuni di essi il richiamo è a Magritte, il pittore belga, uno dei padri del Surrealismo. Sotto di essa, vengono messe in scena situazioni differenti, che danno vita ad atmosfere equivoche. 

Un ulteriore riferimento, presente nella sua ricerca, è al concetto di surmodernità elaborato dall’antropologo francese Marc Augè, nella sua analisi alla contemporaneità. Così in Metamondo, ove si indaga sul labile confine tra reale e virtuale. Nel progetto è rappresentata con sottile ironia, l’ambiguità della società contemporanea nella quale mondo reale e mondo virtuale si confondono. Tutti abbiamo user, pin, codici segreti che riversiamo da un apparecchio all’altro per tenerli a mente. Ci è data la possibilità, attraverso i social network, ancora una volta, di crearci nuove identità, di vivere nuove esperienze che simulano la realtà.

Le immagini propongono paesaggi urbani moderni in cui sono inseriti elementi del mondo virtuale. L’esito è un’ambiguità disorientante. 

Una riflessione sulla tecnologia, vista come bene di consumo, è in Stay stupid. Il riferimento è a una frase pronunciata da Steve Jobs, a conclusione di un discorso pronunciato per gli studenti di Stanford, nel 2005: «Stay hungry stay foolish».

Valsecchi invita il mondo a essere stupido. La stupidità, infatti, invoglia il consumismo. L’immagine fotografica presenta un QRcode, in cui è contenuto un antivirus per l’ambiente. Non siamo in grado di tenere pulita l’aria, ma siamo in grado di creare un complesso software per tentare di farlo.

Nella società liquida, con un termine coniato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, la comunicazione pubblicitaria riesce con sempre maggiore facilità a spostare la nostra attenzione sulle incredibili potenzialità dei nuovi strumenti, distogliendola dai contenuti effettivi. La superficialità dilaga, i brand, sono le nuove divinità a cui appellarsi. La tecnologia è divenuta un bene di consumo, completando la sua trasformazione da “mezzo” (strumento) in “fine” ultimo. Più stupidi siamo più ci raccontano fandonie, il disegno è evidente. Ci vogliono ciechi, felici di fare shopping, di possedere l’ultimo modello di I phone, per poterci finalmente relazionare con i mille amici che abbiamo su Facebook, per poterci fare ammirare dai nostri diecimila followers, sempre meno consci della nostra reale solitudine.

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