25 gennaio
22 marzo
2014

DANIELA CARATI
Paesaggi in costruzione

A cura di Angela Madesani

Paesaggi in costruzione di Angela Madesani 

 Come una moderna flâneuse Daniela Carati, nel corso del tempo, ha girato  per il mondo, guardandosi intorno. Con la sua macchina fotografica ha fermato degli attimi, ha fissato dei dettagli dai quali è rimasta affascinata. Dettagli che ha poi rimontato all’interno di nuovi paesaggi, assolutamente autonomi dalla realtà e al tempo stesso strettamente collegati ad essa. È come se ci trovassimo di fronte a un unico piano di lettura in cui vi è un doppio, un triplo-e chissà quanti altri?-livello di realtà. 

È questa la prima fase di un lavoro che ha preso il via oltre cinque anni fa, che l’artista ha intitolato All All and All. A interessarla è il suo circostante nel momento specifico in cui si trova a vivere. Si fa catturare dagli attimi, dalle situazioni, dalle contingenze, che poi non restano tali e vengono piuttosto trasformati. Il suo è un atteggiamento empirico, di analisi di matrice esperienziale, un processo gnoseologico di matrice maieutica. 

«Le mie fotografie più che descrivere costituiscono un processo di conoscenza in senso platonico, quello che già sappiamo e abbiamo dimenticato. Sono un’illuminazione alla quale giungo con l’intuizione artistica e dalla quale concepisco la realtà, quella “vera” che ognuno ha dentro di sé».

Il valore dell’esperienza non è solo per chi scatta, ma anche per chi guarda, che deve rendersi attivo di fronte all’immagine.

Tra le immagini una dedicata all’artista multimediale francese Patrick Mimran: siamo a Chelsea, a New York, un performer cammina tra la gente.  Alle spalle, appunto, un cartellone di Mimran. Viene a crearsi una sorta di cortocircuito del sistema dell’arte.

In un altro lavoro una donna è collocata in una piazza di Lipsia: è una persona in mezzo alla gente, l’artista incontra gli sguardi delle persone, li fissa e li colloca in altri ambienti. 

Viene a crearsi come una sorta di spaesamento tra il personaggio estrapolato da un’altra condizione e la nuova collocazione spaziale.

Quella di Carati è un’operazione di regia, che mette insieme i pezzi. In una foto del 2008 un giovane nero suona una tromba, seduto su una sedia. Lo strumento pare uscire dal nulla come si trattasse di una suggestione fantasma. A uno sguardo più attento si scorgono gli occhi del giovane che emergono dal cappuccio dell’eskimo.

Protagonista di parecchie immagini è il vuoto, sottolineato dalla pulizia delle immagini. La gente guarda verso qualcosa che in realtà non esiste verso un paesaggio fatto di nulla. In attesa del gran sogno, un vecchio dal sapore carnascialesco si muove a Lipsia, ma arriva da New York. Ci muoviamo in una dimensione tecnologica. Quanto si viene a creare il più delle volte è una sorta di distonia in cui è difficile raccapezzarsi. Ma è così importante riuscire a farlo? 

In parecchie foto è sottolineata l’indifferenza di cui tutti siamo vittime e artefici. La sua ricerca nasce dal bisogno antropologico di analizzare l’umanità: le persone che appena si scorgono su un marciapiede, sui mezzi pubblici, quelli che guardano, che si baciano, che ridono, che parlano fra i feticci della modernità culturale. Alle spalle di una coppia è la scultura LOVE di Robert Indiana. L’apparenza non è statica, è in continuo movimento in uno scenario che talvolta rimanda alla storia dell’arte. Così in Kauf, in cui nulla è aggiunto o modificato. Una colonna è al centro dello spazio visivo, mutatis mutandis, il richiamo è alla spazialità della Flagellazione di Piero della Francesca.

«Mi è piaciuto concludere questo lavoro ritornando a riflettere sui miti prodotti dall’immaginazione, tracce della scissione fra corpo, matericità e anima, spiritualità, dimenticandoci della nostra origine, del primordiale che costituisce l’essenza delle cose».

La seconda fase del lavoro è una riflessione sul significato dell’evoluzione culturale, partendo dall’idea di Jean Jacques Rousseau. In tal senso non mi pare inutile sottolineare il fatto che Daniela Carati, oltre che un’ artista, sia un’insegnante. Il valore pedagogico è portante nella sua accezione nei confronti del mondo. 

Qui i paesaggi sono più vuoti, accanto alle poche persone presenti sono anche alcuni animali, gli alberi. Il concetto di evoluzione comporta quello di involuzione, così Claudio Costa, che sull’argomento ha scritto un importante saggio, nel corso degli anni Settanta. Il paesaggio è più vuoto. La domanda su quale sarà la nostra fine sorge spontanea. I  titoli anche qui, come nel resto del lavoro, provengono dalla poesia. 

Un bambino potrebbe vedere è il titolo di un lavoro in cui un gruppo di cani di ceramica di diverse razze sono collocati all’interno di un’arena francese, un’antica costruzione dei Romani che avevano colonizzato quel territorio. Cosa dunque potrebbe vedere un bambino? È il valore dell’immaginazione che riesce a dare la vita a ciò che vita non ha. 

Per giungere alla terza fase del lavoro in cui i titoli sono ripresi dalle poesie di Federico Garcia Lorca e di Antonio Machado. Nulla è rimasto, i paesaggi urbani e non, sono spopolati, il tempo pare sospeso così in Pioggia di silenzio. Storia e memoria acquistano un significato ulteriore se messe in stretta relazione. L’oggi è posto in serrato dialogo con il tempo che è stato e non è detto che ci sarà un futuro. 

Qui l’uomo è totalmente assente: sono i Bankside londinesi in cui profondo è il senso dell’assenza, della perdita. Tra le opere appartenenti a questa terza fase è come un’anabasi, una sorta di enfasi iconografica. Dai paesaggi dell’uomo abbandonati e distrutti si viene accompagnati a una dimensione naturale in cui ancora una volta l’uomo è assente, ma dove pare di scorgere, nel silenzio del paesaggio, una fonte di speranza in ciò che sarà.  

1 - D.Carati, Note di lavoro, 2013

2 - D.Carati, Note di lavoro, 2013

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